Editoria Precaria (ma non solo)

Tra disoccupazione e precariato selvaggio

Erase and rewind

…’cause i’ve been changing my mind…

Suonava così la canzone che ogni tanto mi frulla in testa, presa come sono dall’illusione di poter un giorno cancellare tutto e tornare indietro.

L’allettante prospettiva non è tanto quella di ricominciare, quanto quella di cancellare quasi tutto quello che mi circonda da quando sono disoccupata. Cancellerei volentieri l’anno trascorso tra avvocati e sindacati, gli ultimi anni passati in redazione in uno stato catatonico, la frustrazione di sapere che non ci sarà un’alternativa valida né ora né mai, in editoria, a meno che non rinunci a quello che sono.

Cancellerei volentieri anche tutte le teste di fagiolo che parlano, si esaltano, esultano o si lamentano del mondo editoriale italiano, a seconda di come gira il vento. Basta poco per farli esultare, un euro in più a cartella o una collaborazione sottopagata in più, mentre per lamentarsi devono proprio sfiorare il baratro.

Ma nel momento in cui nel baratro ci si cade per davvero, non si ha nemmeno più il tempo di lamentarsi. O di piangersi addosso. O di rammaricarsi. Si è arrivati al limite, oltre il quale c’è solo la morte. La morte delle illusioni, delle speranze mal riposte e del sogno ad occhi aperti. La morte di una vita professionale basata su un’idea adolescenziale del lavoro. Ben venga il baratro, in certi casi. Come nel mio, forse.

E non si ha nemmeno più l’energia per sopportare l’ignoranza, la malafede, la cattiveria e l’inutilità di certe persone che ci circondano. No, non si hanno più quelle energie, che prima si spendevano per “passare il tempo”. No, svaniscono come d’incanto e subentra un’intolleranza feroce verso chiunque contribuisca a peggiorare questo mondo già di per sé messo male.

Sì, probabilmente per sbarcare il lunario dovrò accettare qualche altra collaborazione vomitevole come redattrice o correttrice di bozze, ma STRAMALEDETTAMENTE Sì, cercherò in tutti i modi di uscire da questo incubo chiamato editoria italiana. E, poi, ricominciare, da qualsiasi parte, perché il mondo sa anche essere meraviglioso.

 

 

 

 

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4 commenti su “Erase and rewind

  1. kisal
    27 giugno 2014

    Difficile, leggerti.
    Vivo una vita diversa dalla tua, fatta di scelte diverse: lavoro lontana dalle mie passioni, ma ottengo solo così il metodo per avvicinarmici.
    Non mi sono mai chiesta cosa voglia dire combattere per ‘vincere’ un lavoro che sia quello che io amerei fare sul serio.
    Ho imparato ad amare quel che faccio.
    Chissà se è un accontentarmi.
    Per me non lo è, ma ci sono arrivata..valeva di più l’indipendenza e la possibilità di essere autonoma…

    • Bia
      27 giugno 2014

      Be’, ma qualsiasi scelta si faccia nella vita, può capitare di trovarsi di fronte a una montagna di letame… che costringe a fermarsi e a riflettere, a rimettere in discussione tutto quello per cui si ha combattuto, sia esso un lavoro dei sogni o una indipendenza economica o entrambe, come nel mio caso. L’importante è avere la forza di ricominciare, da capo, senza paure e senza timore. Questo volevo esprimere, oltre al fatto che il lavoro che era dei miei sogni è diventato quello dei miei incubi 😀 tutto scorre e tutto cambia insomma!

      • kisal
        27 giugno 2014

        Ricominciare da capo, sì.
        Questa cosa l’ho fatta tante volte, ma mai dopo che un lavoro che ho amato e ho fatto entrare dentro di me mi ha delusa, tradita e abbandonata.
        Una testimonianza forte, come dicevo anche sopra…
        Dà malinconia…

      • Bia
        27 giugno 2014

        Ah sì, certo… ci sono le fasi incazzatura, tristezza, malinconia…ma poi spero di rinascita,incrocio le dita 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 16 giugno 2014 da in Disoccupazione e precariato con tag , , , , , , .
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