Editoria Precaria (ma non solo)

Tra disoccupazione e precariato selvaggio

Mi pagano a 180 giorni. Forse.

Capita a volte che la precarietà faccia sentire tutto il peso della sua inutilità. Lavorare significa offrire la propria opera per un salario. È semplice come concetto. Non importa quale lavoro si svolga. L’importante, lo scopo primario, ciò per cui si lavora è il “vile” denaro.

lavoro-gratisMi piacerebbe dire “amo il mio lavoro, che è anche la mia passione“, ma non è più così, perché non è più un lavoro. Che senso ha lavorare, tanto o poco che sia, senza sapere se e quando e quanto si sarà pagati? Sul serio, mi arrovello costantemente su questo punto: che senso ha?

Posso io aspettare ora, il 6 di maggio, i pagamenti dei lavori fatti da dicembre a oggi?
Può il mio referente in questione, a cui rivolgo la domanda relativa ai soldi, continuarmi a dire: “Arriveranno, non dipende da me, ha tutto in mano l’amministrazione”. Mi verrebbe da dire: “Tu chi sei in azienda… topolino?”
Posso io continuare ad accettare lavori (no, non mancano quelli) senza sapere se e quanto e quando saranno pagati?

2-vauro-vignetta-precari_11Potrei perché ho ancora il sussidio di disoccupazione che mi para il deretano, ma non posso, davvero non posso scegliere di vivere con un hobby, perché questo è diventato il mio (non) lavoro. Ogni fibra del mio corpo si ribella a questa situazione.

E non me ne frega più niente se questo è il lavoro che ho scelto, un decennio fa, perché l’amavo. Non si può amare senza reciprocità, perché si sprofonda. È un amore malato.

 

 

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5 commenti su “Mi pagano a 180 giorni. Forse.

  1. NonnaSo
    6 maggio 2014

    puoi tu…posso io, eccome se possiamo… #amarizia

    • Bia
      6 maggio 2014

      Già ma se continuo (continuiamo) così ci viene la pecondria! (come dice mia madre…)

  2. Pingback: Mi pagano a 180 giorni. Forse. (di PhilosoBia) | Evaporata narratrice

  3. Ilse
    7 maggio 2014

    Cara Bia, hai ragione, ho scovato il tuo blog da qualche giorno e mi ritrovo in tutto quello che scrivi. Anzi, ti ringrazio perchè mi sono sentita meno “aliena” in tante mie riflessioni e sensazioni. Sono laureata in lettere, poi giornalismo, sono stata ricercatrice all’Università, sono stata tante ‘cose’… e ora sono disoccupata. Ho provato con ostinazione ad amare una professione che non mi ricambia e alla fine mi sono disinnamorata. Vorrei re-inventarmi, trovare un’altra mia strada, ma non so da dove cominciare. Ho sofferto e soffro, me la cavo con qualche lavoretto qua e là, ma sto guardando la vita da un altro punto di vista e paradossalmente, a volte, riesco pure a sentirmi una privilegiata :-). Alla prossima!

    • Bia
      7 maggio 2014

      Che onore Ilse, davvero. Grazie di cuore del tuo messaggio, sono contenta che i miei “sfoghi” siano di aiuto a qualcuno, perché anche io sento tremendamente il peso della solitudine di chi si trova nella nostra situazione. Ti faccio i miei migliori auguri e grazie mille ancora, un abbraccio!

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