Editoria Precaria (ma non solo)

Tra disoccupazione e precariato selvaggio

Precari: facciamoci pagare!

precari-vignettaChi lavora in editoria lo sa bene, ma lo sanno bene anche molti altri precari che lavorano in altri settori: quando il lavoro commissionato è finito, c’è il problema del compenso. Un problema, perché a volte i committenti, le aziende, il redattore, il caporedattore o chi per lui fanno finta di niente.

Se pensate che sia un film di serie B o C, non è così. Ci sono migliaia di persone che lavorano e che poi sono costrette a lottare per avere ciò che gli spetta. Geniali, a tal proposito, sono stati i ragazzi di Zero Pirate Filmmakers, che hanno descritto benissimo la situazione dei free lance (creativi, ma vale anche per altri). Metto il video qui in fondo.

A parte il fatto che io trovo INDEGNO anche il solo dover chiedere di essere pagati. Dovrebbe essere scontato, in un Paese civile.

Molto spesso, poi, non si sa nemmeno quanto si verrà pagati. A volte arrivano delle bellissime sorprese: come in questo caso.

Altre volte è diverso: ora, per esempio, ho terminato un lavoro che prevedeva un tale compenso, calcolato però a forfait su un insieme di lavori di cui ne sono stati svolti meno (non per colpa mia). Quindi, oltre al fatto che il committente è sparito (e non parlo di aziendine piccole, anzi, parlo di un colosso), ora devo chiedere quando mi pagano e quanto.

Se siete bravi non avrete difficoltà a prendere il telefono in mano e, semplicemente, chiedere, farvi sentire. Se siete babbi, come me, già questa operazione vi pesa come fosse una fatica di Sisifo. Non dovrei essere io a chiedere chiarezza, soldi e puntualità. Ho lavorato, mi sono sbattuta, ho fatto ciò che mi chiedevate e l’ho fatto nel migliore dei modi. Ora volete anche la famosa fettina di culatello. E va bene. Va bene perché si tratta di soldi e tutti viviamo di quelli.

Ma, soprattutto:
1. qualsiasi lavoro deve essere retribuito;
2. non mi devo sentire io una 
cacchina a chiedere soldi, non faccio io la figura del pezzente, non è disonorevole rivendicare un equo (più o meno) compenso. Il pezzente, in questo caso, è chi fa finta di niente. Anche perché di solito non si parla mai di cifre astronomiche e a maggior ragione le aziende si devono sentire piccole piccole in questi loro atteggiamenti;
3. non serve chiedere permesso, scusa o usare un tono sottomesso. Non serve a niente, se non a svilirci ancora di più;
4. non fa niente se devo chiedere i miei soldi 1, 2, 3, 4, 5, 6 o infinite volte. Finché non mi pagate io vi assillo. E se ce n’è bisogno, si chiama un avvocato (nel peggiore dei casi, vedi qui);
5. no, non siamo strozzini. Se siete in difficoltà, se avete problemi di liquidità noi vi facciamo credito per un po’. Tutti, ci scommetto. Ci mettete 6 mesi a pagare 200 euro? Va bene, ma passati quei sei mesi pretendo che mi si paghi, tutto.

E se siete proprio alle prime armi e vi va bene tutto pur di imparare ed entrare nel giro, va bene, ma non cadete troppo in basso. Perché le aziende non sono buone, non cercano le competenze in primo luogo, non vi vogliono bene. Non siamo dentro una bella favola, ok? Va bene che l’amore (anche quello per il lavoro) acceca, ma santo cielo… usiamo un po’ di razionalità.

Alle aziende non frega niente di voi, in quanto essere umani e alcune cercano solo fessi da spennare. Quindi svegliamoci, per piacere, e me lo dico per prima. Non dovremmo pregare o chiedere per essere pagati, ma se dobbiamo farlo perché il mondo gira così, allora adattiamoci. O cambiamo mestiere, settore, Paese. E badate bene che non si cade in basso, non saremo al livello dei pezzenti che non pagano, tutt’altro: saremo su un livello 10 volte più in alto. Non fatevi fregare, questo non è essere choosy: impariamo anche a dire no.

Ritroviamo la nostra DIGNITÀ.

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4 commenti su “Precari: facciamoci pagare!

  1. Pingback: Precari: facciamoci pagare! (da Editoria precaria) | Evaporata scrittrice

  2. LeDueNellie
    18 febbraio 2014

    Il problema è che di questi tempi avere un lavoro è ritenuto già un privilegio. In molti, per paura di perderlo, sono disposti anche ad aspettare il pagamento per mesi senza rendersi conto che è proprio grazie a loro che i datori continueranno a comportarsi così anche gli altri. Avere un lavoro significa essere retribuito: se ciò non avviene è come essere a casa disoccupati, senza entrate ma, peggio ancora, solo con uscire.

    • Bia
      18 febbraio 2014

      Infatti. E non porta da nessuna parte. Se un lavoro non è retribuito non è lavoro, non deve essere fatto. Pace.
      E in quanto ai lavoratori disoccupati come me, è meglio fare volontariato o anche starsene con le mani in mano, piuttosto che fare beneficenza a chi non se lo merita.

      • LeDueNellie
        18 febbraio 2014

        Esattamente. Non essere tutelati è come lanciarsi nella gabbia dei leoni con una bistecca in mano. Speriamo che entri nelle teste di molte persone..

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