Editoria Precaria (ma non solo)

Tra disoccupazione e precariato selvaggio

Precari: vorremmo raggiungere certi diritti o toglierne agli altri?

Non è una provocazione. Ci pensavo ieri, quando cercavo di capire che cosa fosse successo in Electrolux. Scandalo degli scandali. Paroloni e titoloni.

disoccupazione(1)Ormai tra disoccupazione e lavoretti posso definirmi una precaria doc, che significa lavorare a stretto contatto (almeno nel mio caso, editoria), per alcuni giorni al mese, con i dipendenti assunti. Per il resto del tempo, a casa, a lavorare o a fare la maglia, dipende.

Il confronto a me viene spontaneo ogni volta: tu, assunto, hai un salario mensile (basso o alto che sia), un contratto che ti tutela, malattie, ferie, permessi e, di contro, l’obbligo a recarti in ufficio tutti i santi giorni per 8 o 9 ore al giorno. Io, precaria, non ho niente di tutto ciò: né un salario certo mensile, né un contratto (a volte, spesso), né ferie o malattia, né obblighi di orari (almeno in teoria).

Questo significa tante cose, nella vita di una persona: a essere precario non è solo il lavoro, è la vita stessa. Se, però, guardo le persone assunte, mi viene sempre da chiedermi una cosa: sono io sfigata o sono loro dei privilegiati? Sono io che devo aspirare alla loro condizione oppure la loro posizione è ormai anacronistica?

Se guardo intorno a me non c’è una sola realtà industriale che vada bene. Per l’istruzione vale la stessa cosa, e siamo nel pubblico. Se guardo i sindacati, i contratti di lavoro, le assunzioni a tempo indeterminato, mi sembra di vedere un film in bianco e nero.

precari2008av2Sono realtà che esistono e sono molto diffuse, ma è altrettanto diffusa (ed è molto più colorata e vivace) la realtà a me più vicina, quella di giovani (tutti) e di una fascia particolare di 30-50enni che un posto fisso non l’hanno mai avuto. È la nuova generazione di lavoratori. Quelli che non sanno che cosa sia una quattordicesima o un rol. Ma sanno che cosa significa voler lavorare e farlo avendo ben poco in cambio.

Dobbiamo aspirare ad avere un contratto indeterminato? Siamo incazzati perché non ce l’abbiamo? Oppure è la discriminazione che subiamo ogni giorno a pesarci, quando lavoriamo con accanto persone che fanno il nostro identico lavoro ma con privilegi che non possiamo nemmeno sognare?

Siamo realisti: le aziende non parificheranno mai il nostro lavoro e la nostra condizione a quella delle persone assunte anni fa. Non se lo possono permettere (soprattutto quelle piccole) o, comunque, non conviene a nessuno (quelle grandi potrebbero ma non conviene e possono non farlo). Quindi inutile sperarci più di tanto.

Ma il lavoratore assunto, ovviamente, non si pone questi problemi. Lui certi diritti li ha per contratto, guai a toccarglieli, si scatena l’inferno. E in parte lo capisco, visto il mondo e la realtà in cui viviamo. Ma solo in parte.

posto fissoSe deve esserci una riforma, io dico che questa deve essere più mentale che contrattuale. Sono pronti i lavoratori assunti a perdere qualcuno dei privilegi che gli anni ’80 hanno assicurato loro a vita? Siamo pronti a perdere la cortezza di un posto (un contratto) a prova di bomba a favore di condizioni meno certe ma più flessibili? A diminuire magari le ore di lavoro (e di stipendio)?

Ovviamente no. Non è pronto il sistema ma non è pronto nemmeno il lavoratore. Il sistema non è pronto a essere ONESTAMENTE flessibile. Il lavoratore non è pronto a rinunciare a determinate certezze (o parvenze di certezze, almeno sulla carta).

Eppure devo dire, lo ammetto con un po’ di vergogna, che il posto fisso, concepito come lo è stato finora, io non lo voglio più. Certo, facile dirlo per me, che ho la certezza di non averlo mai più, ma così come è concepito ora non mi starebbe bene. Non mi sta bene aspirare a un posto fisso che, per esistere, genera 5 posti precari. Non mi starebbe bene avere malattie, ferie, permessi, premi quando chi mi lavora accanto arriva a malapena a 800 euro al mese su cui dovrà pagare chissà quali misteriose tasse.

Viviamo ancora in una società o no? Vogliamo che sia civile o no? Cerchiamo di progredire o no? Apriamo gli occhi o sono troppo comodi i paraocchi fintanto che abbiamo il culo al caldo?

precari-scuola-profumo1Perché quando vado in azienda devo vedere almeno 5 impiegati che non fanno niente e altrettanti precari che si sbattono il triplo di quanto viene loro pagato? Non sarebbe meglio lavorare tutti, bene, in modo efficiente, magari meno, ma con un senso di civiltà superiore?

Chiamatemi pure Alice. Eppure secondo me è sotto gli occhi di tutti, pubblici e privati, operai o quadri, metalmeccanici o redattori. Se siamo così divisi (lavoratori assunti e lavoratori precari), se abbiamo così tante differenze, non si va molto lontano. Gli uni contro gli altri, poi, è ancora peggio. Divide et impera: e secondo voi chi impera? Chi starà davvero bene, alla fine?

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22 commenti su “Precari: vorremmo raggiungere certi diritti o toglierne agli altri?

  1. NonnaSo
    30 gennaio 2014

    sai che anche io ogni giorno ci penso…e non mi vedo proprio più adatta a lavorare in azienda, a posto fisso… ? non mi ci vedo proprio più, non lo sento mio, lo vedo come una rottura di palle immonda, anacronistica si, inutile.
    come ci cambia la vita..

    • Bia
      30 gennaio 2014

      Mi sa che abbiamo scavallato, nel bene e nel male, nella nuova generazione di lavoratori… peccato che dovrebbe farlo anche tutto il mondo intorno a noi, ecco… 😉

      • NonnaSo
        30 gennaio 2014

        già 😦

  2. Kika
    30 gennaio 2014

    Che illuminazione scoprire che non sono la sola a pensare certi pensieri “eretici”! Come ti dicevo in uno dei primi commenti, ci ho messo così tanto a capire che la mia (le nostre) vita sarebbe stata diversa da quella dei miei, che ora non riesco più a tornare indietro. Nemmeno se un contratto fisso l’ho (l’abbiamo) avuto. Figurati che ora un’agenzia per cui lavoro occasionalmente mi fa passare da autonoma a dipendente e a me questa cosa non piace mica tanto. Ormai sono fiera della mia autonomia 🙂 Questa rivoluzione mentale sta partendo da noi e, in ogni caso, non penso possa fermarsi. Il sogno sarebbe che, invece di sfociare in un contesto di “si salvi chi può” al limite della delinquenza…, si creasse davvero un equilibrio: flessibilità buona, meno lavoro ma per tutti, basta con l’idea del Pil obbligato a crescere costantemente…

    • Bia
      30 gennaio 2014

      Esatto, la penso proprio come te! Lavorare meno ma meglio potrebbe portare solo benefici esistenziali a tutti. Certo che se poi si rincorre sempre l’ultimo modello di cellulare diventa difficile, ma non è il mio (nostro) caso mi sa 😉

      • Kika
        31 gennaio 2014

        No, infatti! 🙂 Per fortuna i miei mi hanno insegnato ad avere altre priorità nella vita!

  3. diariodiparo
    30 gennaio 2014

    Io il lavoro fisso, con i privilegi, le tutele, le ferie (E i fiotti di sangue sputati un po’ ovunque per tenerlo, sapendo di essere fortunata) l’ho perso, costavo troppo, troppo qualificata, con un contratto pesante e tutele spaventose. A casa, è la crisi baby… Il problema è che per una me che va a casa, non ci sarà un precario trattato meglio, ma uno sfruttato e disposto a tutto per tenersi quel poco di lavoro che c’è. È l’Italia, baby

    • Bia
      31 gennaio 2014

      Già, è successo a molti,me compresa,più o meno. È l’italia,sì, ma così questo paese non va lontano…ci va solo chi ha potuto emigrare…

  4. Lorenzo
    1 febbraio 2014

    no ragazze…non ci siamo!
    Non sono i poveri che devono essere solidali rinunciando a stipendi (già da fame…) per dividerlo da altri precari…ci sono padri 40enni come me, con 2 bimbi sul groppone (e licenziati grazie alla geniale legge fornero…) che non sanno neanche cosa sia uno smartphone…e vi garantisco che tra mutuo, bollette e spesa alimentare non ”ci campi la famiglia” se ti accontenti a vivere da “flessibile precario”….stronzate…la guerra non va fatta a chi non accetta la ”rivoluzione mentale della flessibilità” ma la guerra va fatta a coloro che stanno distruggendo decenni e decenni di lotta civile e sindacale…per far diventare il nostro paese ”civile” più di altri…altrimenti torniamo al caporalato e alla schiavitù in nome della flessibilità. Chiedetelo ai datori di lavoro e ai vari politici che inneggiano alla necessità di flessibilità…se loro sono precari da 700 euro al mese e senza permessi o malattie…chiedetelo alla Fornero e ai suoi figli se hanno contratti flessibili!
    Mastrapasqua è l’emblema di questo Paese…25 incarichi ( non flessibili) e Laurea Falsa.

    • Bia
      2 febbraio 2014

      No, infatti, quello che dici tu è giusto, ma bisogna guardare in avanti e non indietro: se non è più tempo di contratti a tempo indeterminato ecc. ecc. bisogna prenderne atto (e la colpa non è solo di politici e imprenditori) e guardare ad altre soluzioni che ci facciano progredire (quindi non scadere nella schiavitù). Basta comunque guardare ad esempi più civili di Paesi 🙂

  5. Lorenzo
    1 febbraio 2014

    il problema è che tutti ci lamentiamo dietro un blog o pc…comodi in ciabatte e pigiama al calduccio delle nostre casette…poi quando ci sono manifestazioni a Roma o nei presidi dei forconi vari ( che sono stati ovunque nel territorio italiano…) nessuno di noi è la presente!

    Le rivoluzioni non le si fa da casa o dai blog…purtroppo… al massimo si veicolano con i blog, ma bisogna scendere in strada con “calci e pugni” perchè questo tipo di “pensiero capitalista della flessibilità” è un regime..nient’altro…e accettare l’idea di questa “flessibilità”, questo sì che sarebbe una rivoluzione…ma della classe ricca verso quella più povera!

    il 9 febbraio ci sarà una protesta del movimento 9 dicembre…ci sarete?

    • Bia
      2 febbraio 2014

      Le rivoluzioni non si fanno nemmeno solo in piazza 🙂 Calci e pugni li lascio volentieri a chi non sa come esprimersi altrimenti: non credo alle urla e ai bastoni, è più forte di me e di sicuro qualsiasi cosa nata da “calci e pugni” non mi rappresenterà.

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  7. Pingback: Come scrivere un articolo per un magazine | PhilosoBia

  8. contevlad
    18 febbraio 2014

    Francamente non capisco questo tuo articolo. Ho provato a rileggerlo un paio di volte, ma non riesco a capirlo. Non comprendo se trasuda un pò d’invidia oppure di rassegnazione. Tutta questa energia a gridare contro il precariato e poi leggo che tutti dovrebbero assomigliare ai precari. Qui fate il gioco di chi ci vuole affossare, manipolare, perchè quando ti tolgono tutte le possibilità extra (privilegi come li chiami,chiamate) rimane solo la rassegnazione. La rassegnazione di dover accettare qualsiasi cosa, perchè non hai scelta.
    L’anomalia non siamo noi “indeterminati” ( che poi ad ogni momento possiamo passare la sponda. l’anomalia è ciò che è venuto avanti. E’ anche il choosy ella Fornero e di Elkann che hanno permesso ciò. sono più di 30 anni, dico 30 perchè è ciò che conosco, che tolgono pian piano quelli che chiami privilegi. L’elettrolux non è null’altro che l’ultima ( ma sembra quella che fa più scalpore) che attua queste politiche aziendali. Noi in WIND rispetto l’anno scorso prendiamo 5.000 euro in meno sul 101, via permessi medici ecc ecc…
    Veramente non capisco, se sarete cosi appagati e felici quando tutti prenderemo 800 euro al mese raschiando il fondo. Allora si la vostra lotta sarà quella che hanno voluto chi dirige le greggi. Invece di combattere per mantenere i diritti, è meglio toglierli a chi ancora li ha (pochi)?

    • contevlad
      18 febbraio 2014

      dimenticavo, sebbene prendo 5.000 in medo rispetto l’anno scorso (premi, reperibilità, lavori notturni) le ore sono le stesse, mentre non mi sembra abbiano assunto precari a gogo!

      • Bia
        19 febbraio 2014

        Il problema è sia l’invidia sia la rassegnazione. Io dubito che si possa andare avanti con un sistema lavoro come quello che avevamo prima di Biagi e sono certa che quelle condizioni non verranno mai proposte ai giovani di oggi, non alla maggior parte. Mi spiego: se a nessun giovane (o quasi) è concesso raggiungere certi diritti, è giusto che sussistano ancora per pochi eletti?
        Non sarebbe forse meglio riformare tutto il sistema, che non vada a togliere del tutto certi diritti, ma a modificarli in modo che non ci sia questo abisso tra lavoratore assunto e lavoratore precario?
        Poi, però, c’è da dire che io ho una visione molto ristretta: quella editoriale. In questo settore a fronte di un assunto ci sono almeno 5 precari che lavorano a tempo a pieno o quasi. Avendo io questo paragone, ho una concezione diversa. Mi rendo conto che per altre realtà non è così, ma la tendenza, a volte, mi pare sia questa, e vorrei che non esistesse nemmeno la possibilità di seguirla, per nessuno.

  9. contevlad
    19 febbraio 2014

    mio padre e mia madre hanno lottato per farmi avere “privilegi” (chiamiamolo privilegio 1500 euro al mese ad un operaio specializzato dopo 40 anni di lavoro).
    Oggi assisto ad una generazione che combatte per voler togliere ciò che altri anno conquistato. In modo di uniformare verso il basso la società e il ceto sociale a cui appartengono. Ok hanno visto loro e mi sembra siate felici di ciò?!?!?!?
    che tristezza… 😦

    • contevlad
      19 febbraio 2014

      anno con L’acca 😀

    • Bia
      19 febbraio 2014

      Ma non c’è nessuno che combatte per togliere certi “privilegi”. Il problema è a monte: chi pensa alla generazione attuale?

      • contevlad
        19 febbraio 2014

        Il problema fondamentale è che ci aspettiamo sempre, che ci sia qualche altro a pensarci. Il mondo è vasto, i mercati e le possibilità si spostato e l’umanità è da sempre un popolo nomade…

      • Bia
        19 febbraio 2014

        Ecco, sì, forse hai centrato il punto! (Parolaccia e parolaccia e parolaccia).

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