Editoria Precaria (ma non solo)

Tra disoccupazione e precariato selvaggio

Se questo è CHOOSY

keep-calm-and-don-t-be-choosyIeri è stato uno di quei giorni in cui un precario, come me, può sentirsi in colpa e avvertire sulle sue spalle tutta la responsabilità di essere parte della generazione choosy, come disse un bel dì quel genio della Fornero.

Avevo una collaborazione splendida, ma l’ho rifiutata. Un lavoro in linea con la mia professionalità consolidata da 10 anni di lavoro (precario e non precario). Una collaborazione che molti, più giovani di me, avrebbero svolto senza battere ciglio: MA IO HO DETTO NO, ho detto basta, ho detto chiudiamola qui.

E sono stata proprio io a scrivere quella mail, a esprimere le mie ragioni (perché da buona choosy, viziata e mammona, ho iniziato anche a farmi sentire). Ho fatto i capricci e ho detto: «No, io questo non lo faccio, cicca cicca bum bum».

Vediamo a cosa ho osato dire no:
• alla visibilità di una firma su una newsletter non meglio identificata (ma solo se decidevano che il pezzo a cui avevo lavorato e per cui ero andata a conferenze/eventi ci stava nell’impaginato);
• a una retribuzione certa e sicura (di ben 10 euro lordi a cartella, che al netto delle spese era di 1,5 euro, se e solo se fosse stato pubblicato il mio lavoro. Per un totale di almeno 4 ore di impegno);
• a un lavoro mai noioso (potevano chiamarti quando ne avevano voglia, il giorno per la sera, la sera per il giorno, un mese sì e un altro no);
• a un rapporto con un’azienda solida e “sana” (…), probabilmente per quelli che sono lavoratori “veri”, ossia assunti;
• a un impiego che non mi avrebbe insegnato nulla perché è la gavetta delle gavette che feci già 10 anni fa (e avete visto dove sono arrivata?).

Ecco qui, allora, a fare il mea culpa. Sono una stronzetta choosy e viziata. Mi merito tutto questo letame che ogni giorno mi casca addosso. Mi merito non avere uno stipendio, mi merito non avere ferie e malattie, mi merito non avere pensione nel futuro (futuro?), mi merito una vita greve e grama.

Chiedo venia a voi precari come me, voi che forse adesso gioite per questa meravigliosa opportunità ancora sul mercato. Mi raccomando, SIATE FURBI, non fatevela scappare.

Vado a punirmi con il cilicio sotto l’altare della Fornero, che ho in una precisa stanza di casa mia. Amen.

choosy

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8 commenti su “Se questo è CHOOSY

  1. Pingback: Se questo è CHOOSY (Di Philosobia) | Evaporata scrittrice

  2. Stefano Borzumato
    12 dicembre 2013
    • Bia
      12 dicembre 2013

      Sinceramente non lo so se sono i “forconi” ciò di cui l’Italia ha bisogno adesso. Credo che sia un discorso ben più complesso. Ma a ognuno la proprio idea, se non lede quella dell’altro 🙂

  3. kisal
    12 dicembre 2013

    Tempo fa scrissi un post sul mio blog in cui riprendevo la dichiarazione della Fornero e incitavo le persone a non essere stupidamente choosy. Ho sfruttato l’oggetto del polverone per esprimere la mia idea che, in modo un po’ impopolare, cercava di cogliere solo il positivo di quella famosa frase.
    Nei termini in cui ne parli tu, credo che essere selettiva sia doveroso e l’unica scelta possibile, come ben dici, infatti, la gavetta fa parte del gioco, ma se si è già fatta potrebbe non avere senso rifarla.
    Trovo che raschiare un po’ le ginocchia per terra per costruirsi la strada sia giusto, in sintesi. Non ammetto, invece, chi vorrebbe iniziare dalla parte migliore e non è disposto a faticare per arrivare al suo obbiettivo.
    Raschiare le ginocchia e fare gavetta è la parte peggiore, ma normalmente si accetta in nome del proprio fine ultimo, che si suppone sia il fare ciò che amiamo.
    Il mio suggerimento però è di fare gavetta e accettare quel passaggio pur se si tratta di raggiungere una meta che non costituisce l’oggetto del nostro amore.
    Se significa faticare per raggiungere quello stadio di professionalità che ci permetterà di avere un impiego degno, pur non oggetto dei nostri desideri, per me è giusto comunque!
    Quando non si ha una possibilità alternativa per sopravvivere (vedi genitori/parenti vari/nonni che danno paghetta, aiutini, sostegno costante) accettare impieghi dai ritmi assurdi e/o malpagati potrebbe essere l’unico modo per procurarsi una pagnotta e non è possibile dire no.
    Giusto perché, pur nella merda, la differenza tra me che faccio un lavoro assurdo e malpagato e me che non lo faccio è che nel primo caso due soldi in tasca poi li infilo, nel secondo sarei meno frustrata per l’impiego scomodo ma, contemporaneamente, anche al verde.
    CI sono situazioni in cui essere al verde non ce lo possiamo permettere proprio. Se abbiamo una piccola alternativa lo sappiamo, e ci concediamo la scelta, ma se l’alternativa non c’è… allora si accetta, per forza.

    Stesso discorso che facevo nei commenti di ‘perdere l’amore per il proprio lavoro’… io faccio la barista ma avrei tutt’altre passioni, ho messo in conto che non potrò mai sopravvivere di scrittura o canto – cose che mi divertono e appassionano da matti – e, dato che ho trooooooooppe cose da pagare, so già che sarei più triste al sapere di non poterle pagare (anzi, al subirne le conseguenze, non è che mi faccia felice sborsare quattrini ad minchiam :P) a paragone di quanto sia triste nel lavorare in un bar piuttosto che con un microfono o una penna in mano.
    C’è chi mi dice che immaginandosi lavorando a lungo termine in un campo che non ama si sente morire ogni giorno, io so già che l’Italia è il luogo dove voglio stare (anche perché l’esperienza all’estero l’ho già provata e so che, bene o male, la voglia di ritornare a casa e di vivere costantemente le mie radici è troppo forte) e so anche che le mie passioni non sono meno importanti se non dedico loro tutte le mie giornate o se non le faccio diventare qualcosa per cui divento nota al grande pubblico… in sostanza, a me piace fare delle cose che comunque faccio, solo in proporzione minore ad altre e non come attività centrali della mia vita.
    Il farle, anche poco, mi rende viva comunque!

    • Bia
      12 dicembre 2013

      Giusto, hai trovato il tuo equilibrio e a volte è necessario e intelligente scendere a dei compromessi: il fine è avere di che mangiare, arrivare a fine mese, l’indipendenza, la sopravvivenza, una serenità economica che ci permette di vivere le giornate senza angoscia per una bolletta da pagare e qualche ora per le nostre passioni.
      Ma la premessa è quella che conta: trovare qualcosa che ci consenta di sopravvivere. Se non è così allora è un dovere morale rifiutare collaborazioni sottopagate che sfruttano l’ingenuità di chi magari è alle prima armi. E se non riescono a farlo i più giovani, almeno noi (non tu, che sei giovane 😉 ), noi che ci siamo già passati dobbiamo farci sentire e dire no.

      • kisal
        12 dicembre 2013

        Mi piace questa tua risposta 🙂
        Perché temevo un: “tu ti sei accontentata, ca**i tuoi!”.
        😀

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